30 luglio 2020

STUDENT TALKS ISSUE #04 – Sostenibilità, sostenibilità, sostenibilità

Una parola ormai onnipresente, un tema estremamente ampio e “alla moda” che ha preso piede nella falsa convinzione che bastasse fronteggiare un nemico comune chiamato plastica.
Sono giorni che ci chiediamo come riuscire a parlarne buttando giù qualcosa che non suonasse “già sentito” e che rendesse giustizia a delle idee importanti senza svilire il problema.

Il vero nemico della lotta ambientale è l’atteggiamento estremamente superficiale che l’uomo ha sviluppato nel corso della storia in seguito ad avvenimenti il cui controllo è sfuggito dalle sue mani frenetiche. Sostenibilità significa consapevolezza delle piccole cose; consapevolezza del fatto che ogni azione abbia una conseguenza (o più di una) sulla terra che abitiamo. Azioni come nutrirsi e vestirsi risalgono a 200.000 anni fa, quando la specie umana si è evoluta in Homo Sapiens. Il modo in cui queste azioni siano diventate abituali e meccaniche – e con meccaniche intendiamo inconsapevoli – ci è quasi indifferente. Se vi chiedessimo adesso di dirci chi ha cucito la t-shirt che indossate o in che condizioni di lavoro quella persona si sia trovata a realizzarla, probabilmente il silenzio sarebbe imbarazzante. E lo stesso accadrebbe se vi domandassimo quanta CO2 sia stata emessa o quanta acqua sia stata impiegata per realizzare quello stesso capo.

Esiste una data ben precisa in cui l’uomo – o meglio alcuni, se non pochissimi – ha capito che iniziare a farsi queste domande avrebbe potuto fare la differenza. Quella data è il 24 aprile 2016, il giorno del crollo del Rana Plaza, un grande edificio a Dacca, in Bangladesh, che ospitava una serie di fabbriche di abbigliamento. Un incidente che ha causato 1.129 vittime che lavoravano per brand come H&M, Mango e Primark in condizioni estremamente precarie e molto vicine allo sfruttamento, considerato il più grande cedimento nella storia umana moderna. Un evento che che ha puntato i riflettori sui retroscena subdoli e devastanti delle vetrine del fast fashion, la moda low cost dal consumo veloce.

Ad oggi sono 3.200.000.000 i risultati offerti da Google digitando le parole fast fashion, eppure sono ancora in pochi a chiedersi come ci si possa permettere di acquistare un capo a pochi euro. Forse, nella mente di un progettista, chiedersi come sia stato prodotto qualcosa è un meccanismo mentale quasi automatico, se non naturale, ma non per tutti purtroppo è così. Ed è proprio grazie a questo che i brand di fast fashion continuano a crescere con conseguenze disastrose e spesso ben nascoste.

Sono diverse le certificazioni che esistono per accertarsi della sostenibilità di un capo di abbigliamento, da quelle ambientali che garantiscono l’utilizzo di sostanze chimiche non dannose, alla certificazione FSC che riguarda articoli realizzati nel rispetto delle foreste, dei suoi abitanti e del loro futuro, alle certificazioni sociali che fissano standard minimi di rispetto per i diritti dei lavoratori, vista la crescente tendenza delle aziende a delocalizzare la propria produzione in paesi dove non è un problema ignorare le regole di base.

È chiaro che stiamo parlando della punta di un iceberg che fa paura immaginare nella sua interezza, ma iniziare un percorso da consumatore critico e consapevole è un importante passo avanti, sia che si tratti del prossimo capo che acquisteremo che di quali alimenti metteremo a tavola.

Ad oggi sono sempre più numerose le realtà impegnate nel guidare i consumatori nel loro risveglio da questo incubo consumistico che ci vuole veloci e compulsivi, ed è qui che entra in campo la progettazione: un forte cambiamento sta interessando da quasi un decennio moltissimi brand che, raccontando il loro “dietro le quinte” (ovvero tutto ciò che la moda veloce ci nasconde quando ci vende un prodotto finito e ben impacchettato), mostrano ciò che si impegnano a fare per migliorare le loro pratiche manifatturiere. E non solo: comunicano con trasparenza anche gli aspetti non ancora del tutto sostenibili nel loro processo produttivo – limiti che qualunque realtà imprenditoriale oggi si trova affrontare.

Sono tante le domande che girano intorno al tema, ormai sempre più ricorrente, della sostenibilità e speriamo di essere in grado di farne scaturire delle altre, perché è proprio questo il punto di partenza per poter ambire ad un futuro sostenibile: chiedersi sempre il perché ed il come.
Noi progettisti del domani siamo chiamati a ragionare su questi e molti altri interrogativi, a studiare nuovi materiali e nuove tecnologie per scoraggiare le pratiche nocive all’ambiente, badando bene che il futuro di cui parliamo è presente più che mai.
Sono molti i progettisti che lo stanno già facendo: negli ultimi anni, infatti, sono nate realtà innovative e slow che, seguendo i principi dell’economia circolare o tramite l’utilizzo di materiali e tecnologie sostenibili, hanno introdotto nel mercato alternative eco-friendly ed innovative.

Abbiamo selezionato due brand italiani emergenti che combinano innovazione, sostenibilità ed attenzione per il design nei loro processi di progettazione.

Id.eight è una startup lanciata da una coppia di creativi: Dong Seon Lee / Fashion Designer, e Giuliana Borzillo / Brand Manager che hanno deciso di puntare sull’economia circolare in un progetto di sneakers ecosostenibili realizzate con scarti dell’industria alimentare e materiali di riciclo, lanciando sul mercato una calzatura a basso impatto ambientale, made in Italy, realizzata con materiali innovativi ed ecologici, unisex e dal design ricercato. I materiali utilizzati sono principalmente tre tipologie di similpelle derivanti da sottoprodotti di attività agricole o industriali che lavorano la frutta: similpelle di ananas, realizzata con le foglie di scarto dell’ananas coltivato nelle Filippine; similpelle di vino e similpelle di mele, ricavati rispettivamente dalla bio-polimerizzazione della vinaccia e delle parti non commestibili delle mele in Italia. Gli inserti sulla tomaia sono in Lycra e mesh; suola, lacci ed etichetta in materiali riciclati. Il tutto viene assemblato in una piccola azienda a conduzione familiare. Da Id.eight l’attenzione alla sostenibilità del prodotto è totale: il trasporto delle merci avviene con spedizioni ThinkGreen e anche il packaging è pensato come uno strumento per incidere positivamente sull’ambiente. La scatola è infatti in cartone riciclato e al suo interno troverete, oltre alle scarpe, anche una “bomba di semi”, ovvero una pallina di terra e semi di fiori ricoperta di argilla, da piantare in un vaso o da lanciare in un giardino della propria città per attrarre le api. Un piccolo gesto per contribuire alla biodiversità.


Anche l’utilizzo di materiali pseudo-innovativi come la canapa si sta rivelando una strada molto interessante nell’ambito della sostenibilità. Sebbene si guardi a questo materiale come a una scoperta relativamente recente, il suo utilizzo in forma tessile era in realtà già ben noto ai nostri antenati dell’Asia e del Medio Oriente. Basti pensare che di teli e sacchi in canapa ne abbiamo ritrovato tracce in tombe risalenti all’8000 a.C. È solo negli anni ’80, però, che le nuove tecnologie sviluppate per la macerazione hanno permesso una migliore lavorazione delle sue fibre, portando a risultati di morbidezza e brillantezza mai ottenuti prima. Forse non tutti sanno che la canapa permette di ottenere tessuti veramente pregiati. La sua trama ricorda quella del lino e la sua produzione ha vantaggi non indifferenti rispetto al suo cugino ben più conosciuto, apprezzato e utilizzato: dalla canapa si riesce infatti a coltivare il 250% in più di fibre tessili rispetto al cotone e il 600% in più rispetto al lino, a parità di superficie di terreno coltivato. E non è finita qui: la pianta della canapa vive benissimo in assenza di qualunque tipo di pesticida, diserbante e fertilizzante, cresce rapidamente e dimostra una bassa attrattività nei confronti dei parassiti. Le sue forti radici si sviluppano per più di tre metri sotto terra, proteggendo i terreni dal deflusso e preservando il benessere del sottosuolo. Non meno importante, la canapa ha una sostenibilità intrinseca data dalla sua necessità di essere lavorata prevalentemente in modo “manuale” o “meccanico”, il che la rende a pieno titolo una fibra ecologica anche in assenza di certificazioni tessili, non necessitando di sostanze chimiche nei processi di filatura e tessitura. Facendo tesoro delle potenzialità di questa meravigliosa fibra, una realtà tutta italiana con base a Parma si è ritagliata una nicchia di mercato molto interessante: parliamo di Opera Campi e della sua linea di abbigliamento dal design contemporaneo che punta a consolidare il sodalizio tra tradizione e innovazione tecnologica. Uno dei punti forti della giovane azienda fondata da Alberto Ziveri è sicuramente il tessuto HEROTEX, brevettato dallo stesso brand: una canapa elastica che riduce al minimo la nota rigidità della canapa tradizionale.

HEROTEX è composto al 92% da canapa, al 4% di Lycra, più un altro 4% di poliestere T400, che rendono il tessuto traspirante, confortevole e antibatterico. L’introduzione di una piccola percentuale di materiale plastico è ben giustificata dalla maggiore durevolezza che esso conferisce al tessuto (talvolta “le soluzioni completamente naturali non sono durature e incrementano il consumismo”, spiegano sul sito web).
Ad oggi il brand ha sviluppato nuove tecnologie e metodi di lavorazione che hanno permesso di realizzare capi senza utilizzare altre fibre se non quelle della canapa, mantenendo performance altissime a impatto bassissimo.


Per chi di voi abbia iniziato a farsi delle domande dopo questa lettura, ecco altri riferimenti utili per continuare a esplorare questo tema (documentari, libri e account Instagram).

Documentari
The True Cost
River Blue
Minimalism: a documentary about the important things

Libri
To die for: is fashion wearing out the world? di Lucy Siegle
Fixing Fashion di Michael Lavergne
Sustainable Fashion and Textiles: Design Journeys di Kate Fletcher

Account Instagram
@ilvestitoverde
@charliefeist
@thecaptureapp
@carotilla_
@fash_rev
@wfto_fairtrade
@thesustainablefashionforum


Noi come ospiti di questo pianeta che rimarrà sempre il “padrone della festa”

N. Fabi, M. Gazzè, D. Silvestri


Laura Castronovo
Studente del Corso Triennale in Design e Comunicazione Visiva
@laurajambo

Dario Torrisi
Studente del Corso Triennale in Design e Comunicazione Visiva
@dariotorrisi

STUDENT TALKS #ISSUE 04 – LUGLIO 2020

Categorie : Issue

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ISSUE #04
LUGLIO 2020


TEMA
Sostenibilità

 

ARTICOLO DI
Laura Castronovo
Dario Torrisi
Studenti del Corso Triennale in Design e Comunicazione Visiva