27 March 2020

Student Talks Issue 01

Student Talks è una nuova rubrica mensile curata dagli studenti.

Questo mese ci siamo interrogati sul concetto di “Futurare”.
Futurare come costruire il domani, come intessere nuove relazioni, nuovi nessi, nuovi collegamenti. Futurare come porre le basi per qualcosa che sarà e che ancora non si conosce, ma che andrà sviluppandosi momento dopo momento, passo dopo passo, non da soli ma insieme. Non inventando ma partendo da ciò che già si conosce. Da ciò che abbiamo intorno.

La realtà in cui ci troviamo immersi in questi giorni è estremamente diversa da qualunque nostra aspettativa, eppure non ci ha catapultati in dimensioni sconosciute, non ha scardinato i nostri punti di riferimento. Ci ha costretti semplicemente a muoverci entro limiti che già conosciamo – le nostre case, la nostra quotidianità. Limiti a cui non diamo mai l’attenzione adeguata perché convinti che la vita non si svolga dentro, bensì fuori. Ed è lì che ci affanniamo per raggiungerla.

Ma non è forse questo progettare? Osservare ciò che viviamo, ma con la capacità di andare oltre? Di immaginare soluzioni, relazioni, legami e fili conduttori? Guardare ciò che ci è sempre stato davanti come se capitasse per la prima volta nel nostro cammino?

Una delle principali skill di un designer è saper dar vita ad un racconto a partire dal bagaglio di esperienze che andiamo costruendo nel corso dei nostri giorni. Saper creare delle storie sulla base di esse, veicolandole per generare narrazioni.

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Un modo stimolante di approcciarsi alla progettazione in queste circostanze del tutto atipiche è proposto in una pubblicazione di Rotor Deconstruction – progetto “figlio” del più celebre collettivo belga Rotor – in cui si legge che lo spreco equivale al cibo: ogni prodotto è, secondo Rotor, un nutrimento biologico (nel caso in cui esso rientri nell’ecosistema in forma organica) o un nutrimento tecnico (nel caso in cui rientri all’interno di cicli produttivi).
Perché quindi non partire da ciò che già esiste per trasformarlo in qualcos’altro?
Due progetti che hanno già da tempo intuito il potenziale di questa linea di pensiero sono Edizioni Precarie e Rubbish Famzine.

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Edizioni Precarie è un progetto made in Palermo, ideato da Carmela Dacchille e Giulia Basile. Gli incarti alimentari reperibili nei mercati della città vengono raccolti e trasformati in progetti editoriali, taccuini, cartoline, buste e carte da lettera. Esso non è però solo un progetto, ma anche un luogo fisico: Spazio Precario è anche uno studio di sperimentazione, meeting point di creativi, grafici e illustratori, sede di workshop e di una “scuola di design artigianale”. Risulta interessante notare poi come il termine precario non sia attribuibile qui ad una condizione sociale o, banalmente, a una critica alle condizioni lavorative dei giovani d’oggi, bensì al voler attingere e fermare nel tempo, con intenti quasi celebrativi, delle realtà che stanno via via scomparendo – quelle dei mercati rionali – estremamente effimere nella loro natura e sempre troppo sottovalutate.

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La materia prima di Rubbish Famzine è invece la vita quotidiana. Magazine dalle uscite biennali totalmente autoprodotte e a tiratura limitata (300 copie per volume), è il frutto del collettivo Holycrap!, nato nel 2011. Una famiglia di Singapore – i Lim: padre, madre e due figli adolescenti – che sperimenta, divide i compiti come un vero team, racconta e si racconta, racchiudendo in ogni numero il proprio DNA,
L’approccio soggettivo e la varietà e originalità dei contenuti – il primo viaggio familiare in Giappone, la storia di un antenato, l’esaltazione della passione che i Lim nutrono nei confronti della fotografia analogica – li rende unici e distanti da ciò che comunemente troveremmo all’interno di un qualsiasi altro progetto editoriale. Rubbish Famzine è quindi definibile, oltre che come una pubblicazione, come l’intento di tessere relazioni e condividere momenti, obiettivi e passioni in uno di quei luoghi che spesso e purtroppo ne è sempre più carente: la famiglia, l’ambiente domestico.
Ogni numero ha un formato di 15×20 cm e varia costantemente nel packaging, rimanendo però fedele a se stesso nella sua essenza. Ogni esemplare è unico e diverso dagli altri perché totalmente realizzato a mano; all’interno è possibile trovare gadget, adesivi, inserti e allegati che rendono questo progetto una vera perla che si è aggiudicata nel 2015, più che meritatamente, il premio Design of the Year.

Monica Montesano
Studente del Corso Triennale in Design e Comunicazione Visiva
@sheisemme

STUDENT TALKS – ISSUE 01 – MARZO 2020

Categories : Issue

STUDENT TALKS
ISSUE 01
MARZO 2020


TEMA
#Futurare

 

ARTICOLO DI
Monica Montesano
Corso Triennale in Design
e Comunicazione Visiva